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Un nuovo accordo UE-NATO: sì, ma in quale contesto?

Domenico Moro
Commento n. 213 - 12 marzo 2021 


 
 

L’elezione di Joe Biden alla Casa Bianca ha rilanciato il dibattito europeo sui rapporti con Stati Uniti e NATO da parte di molti think tank e, generalmente, le tesi sostenute si concludono con la consacrazione della dipendenza europea dagli USA per quanto riguarda la difesa. Un buon esempio è costituito dall’interessante lavoro dal titolo For a New NATO-EU Bargain, secondo cui – in base ad un’analisi molto realistica – la NATO deve presidiare la difesa collettiva, l’UE si occupa della gestione delle crisi, e una coalizione di Stati volenterosi viene attivata, di volta in volta, per interventi militari “robusti” fuori dei confini UE. La dipendenza dagli USA viene celata dietro il paravento della NATO, quasi fosse un’organizzazione terza rispetto a USA e UE. Si continua a confondere il Trattato dell’Atlantico del Nord con l’Organizzazione del Trattato dell’Atlantico del Nord: quest’ultima è lo strumento per realizzare i fini del primo, ma non sono la stessa cosa. Nel 1966, la Francia uscì dalla NATO, ma non dal Trattato ed oggi fa parte della NATO, ma non del suo Gruppo di pianificazione nucleare.

Se non si ha presente questa distinzione, è difficile stabilire se la difesa europea è effettivamente assicurata dalla NATO, oppure se – come è di fatto – dipende dagli Stati Uniti e dai suoi organi decisionali. La NATO è indubbiamente dotata di una efficiente struttura di comando e controllo missioni; è in grado di pianificare e gestire missioni multinazionali e interforze su vasta scala; si tratta, inoltre, di una struttura militare che, con un occhio di riguardo all’industria militare USA, ha portato ad un alto grado di interoperabilità le forze armate europee: tutti ruoli su cui l’UE non ha ancora raggiunto una sua “autonomia strategica”, la vera autonomia di cui occorrerebbe parlare. Ma sostenere che la NATO in quanto tale è in grado di difendere l’UE – senza l’apparato militare USA non integrato nella NATO –, non è realistico: la difesa europea dipende dal rispetto dell’art. 5 del Trattato, non dalla NATO. Del resto, oggi la priorità degli USA è il fronte asiatico e le truppe americane stanziate in Europa – anche se è difficile stabilire con precisione quante truppe (e basi) americane siano inquadrate nella NATO, o parte di accordi bilaterali – nel corso del tempo sono passate da 400.000 uomini a poco più di 52.000 (UK escluso).

Parlare di nuovo accordo tra l’UE, una comunità politica in via di consolidamento – come dimostra la decisione di emettere debito europeo che ha raddoppiato, di fatto, il bilancio UE –, e la NATO, una struttura organizzativa, non sembra avere un senso politico preciso. Piuttosto, devono essere la UE, da un lato, e gli USA, dall’altro, a discutere del futuro della NATO, nel più ampio quadro delle relazioni transatlantiche. Certamente, l’UE non ha ancora una sua struttura militare e lo “Strategic Compass” sarà approvato il prossimo anno, ma occorre fin da ora individuare il percorso verso una difesa europea, l’unica prospettiva nel cui contesto ha senso parlare di nuovo accordo tra UE e USA per quanto riguarda la NATO.

Dal punto di vista istituzionale, occorre cominciare a sostenere che l’UE in quanto tale dovrebbe entrare a far parte del Trattato dell’Atlantico del Nord, affiancando i suoi Stati membri. Per certi aspetti, anche se si tratta ancora di atti simbolici, ci si sta muovendo in questa direzione. Il Segretario generale della NATO, Jens Stoltenberg, il 15 dicembre 2020, ha partecipato per la prima volta ad una riunione della Commissione europea e il 26 febbraio scorso ha incontrato il Presidente del Consiglio europeo, Charles Michel, prima della riunione dedicata alla sicurezza ed alla difesa.

Per ciò che riguarda i possibili passi avanti che si possono fare sul terreno militare, ricordiamo che la SPD tedesca, recentemente, ha proposto l’istituzione di un primo nucleo di un esercito europeo, in aggiunta, non in sostituzione, agli eserciti nazionali, chiamandolo “il 28° esercito”. Per molti aspetti, il 28° esercito esiste già ed è Eurocorps, istituito con un trattato intergovernativo entrato in vigore nel 2009 e di cui fanno parte cinque paesi europei: Belgio, Francia, Germania, Lussemburgo e Spagna. L’Italia è presente solo come osservatore. Il vantaggio di questa struttura militare è che essa è già dotata di un comando operativo, sia pure a livello divisionale, ma sufficiente a gestire da 10 a 20 mila uomini.

Ad oggi, le alternative per dar vita ad una struttura militare minima autonoma europea sembrerebbero essere tre: a) l’attribuzione all’EUMS, in permanenza, anche dopo la fine dei loro compiti, di personale e mezzi (comprese le risorse degli stati maggiori nazionali che ne assicurano l’operatività) impegnati nelle 17 missioni, civili e militari, che l’UE ha in corso nel mondo; b) l’attuazione della proposta della SPD tedesca; c) la trasformazione di Eurocorps nel 28° esercito europeo, integrandone il trattato istitutivo nei trattati europei.

L’alternativa che può consentire all’UE di essere dotata fin da subito di una struttura operativa è la terza. Ma questo passaggio è frenato dalla Francia che se, da un lato, difende l’ambizione europea ad una difesa autonoma, dall’altro, ostacola anche il rafforzamento dello stesso Military Planning and Conduct Capability, embrione di stato maggiore operativo europeo che, nelle intenzioni dell’UE, avrebbe dovuto irrobustirsi proprio con il supporto di Eurocorps.

Se la presenza del Regno Unito nell’UE era la foglia di fico dietro cui si nascondevano tutte le resistenze nazionali ad avanzamenti nel processo di unificazione europea, oggi le principali difficoltà – come ai tempi della CED – arrivano dalla Francia. Solo così si può spiegare la lentezza con cui procede la realizzazione del velivolo militare franco-tedesco di nuova generazione (SCAF) per resistenze tedesche su ruoli e responsabilità nel progetto e, nel contempo, la linea anglofila seguita dall’Italia sul progetto concorrente.

Il fatto è che Macron non ha ancora saputo fare, nel settore militare, la scelta che Helmut Kohl seppe compiere nel settore monetario, con la rinuncia al marco pur di consentire la nascita dell’euro. Attribuire però tutte le responsabilità alla sola Francia non sarebbe corretto. È vero che, nel precedente appena ricordato della CED, fu il voto dell’Assemblea nazionale francese ad affossare il progetto, ma l’esitazione dell’Italia europeista di De Gasperi a ratificare il trattato agevolò quel voto.

Oggi l’Italia potrebbe svolgere un ruolo decisivo per istituire il “28° esercito” europeo, in particolare per quanto riguarda Eurocorps. L’Italia, come detto prima, oggi fa parte di Eurocorps solo come osservatore, ma potrebbe chiedere di farne parte come membro effettivo nel caso in cui si decidesse di farne una struttura militare europea, sotto il comando del Comitato militare dell’UE. Cominciare a promuovere audizioni parlamentari, a livello nazionale ed europeo, su questi temi, potrebbe essere un passo importante in questa direzione.

*Membro del Consiglio Direttivo e Coordinatore dell’Area Sicurezza e Difesa del Centro Studi sul Federalismo 

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