Il Qatargate e il ruolo del Parlamento europeo

Il Qatargate e il ruolo del Parlamento europeo

Alberto Majocchi
   

Commento n. 254 - 9 gennaio 2023 

A giudizio di molti commentatori lo scandalo del Qatargate rischia di generare nell’opinione pubblica un’ondata di sfiducia nei confronti del Parlamento europeo. In questa prospettiva, Angelo Panebianco, in un articolo sul Corriere della Sera del 16 dicembre scorso, dopo aver giustamente osservato che il virus della corruzione rappresenta un rischio in tutte le società democratiche, rileva che il Parlamento europeo appare particolarmente fragile perché in realtà, pur essendo direttamente eletto dai cittadini, è un organo scarsamente “rappresentativo”.

La ragione di questa scarsa rappresentatività è legata al fatto che le elezioni europee avvengono in circoscrizioni che restano ancora nazionali. Ne consegue che l’oggetto della competizione elettorale diventa per molti la scelta a favore, o contro, il governo in carica nel proprio paese. Questo elemento di debolezza è reale e deve essere superato con un intervento legislativo di riforma del meccanismo elettorale, ma secondo Panebianco – dopo aver osservato che i cittadini che votano sanno poco o nulla delle competenze del Parlamento europeo, osservazione che può essere avanzata per tutte le istituzioni elettive – ancora più rilevante è il fatto che non esiste una connessione diretta fra i risultati delle elezioni e il tipo di governo che si formerà, il che invece avviene nelle altre elezioni, a livello nazionale e locale.

Questo rilievo è sostanzialmente corretto, anche se a partire dal 2014 è stato utilizzato il sistema degli Spitzenkandidaten in base al quale la presidenza della Commissione viene assegnata al candidato del partito politico che ha ottenuto il maggior numero di seggi al Parlamento europeo. Si tratta di un legame, sia pure ancora debole (come ha mostrato l’elezione dell’attuale Presidente Ursula von der Leyen), per cui il cittadino con il suo voto può influenzare la scelta di chi dovrà dirigere per una legislatura la Commissione, ossia l’Esecutivo dell’Unione.

Per quanto riguarda il Qatargate, è evidente che si tratta di un episodio molto grave, anche per l’ampiezza delle sue dimensioni e il probabile coinvolgimento di un numero elevato di parlamentari. E, anche se il Parlamento ha reagito con fermezza e rapidità, questo episodio di corruzione mina la fiducia nelle istituzioni europee. Ma c’è un altro aspetto della vicenda da considerare. Come ha osservato Gianfranco Pasquino, su Domani del 21 dicembre 2022, “da Bruxelles (e Strasburgo) viene una lezione sicura, che pare sfuggire a troppi commentatori: il Parlamento europeo è tutt’altro che un organismo marginale e inutile. Al contrario, oltre a dare rappresentanza a centinaia di milioni di cittadini europei, è un importante luogo di decisioni politiche, sociali, economiche, culturali”. Se così non fosse, non sarebbe comprensibile come mai Qatar e Marocco abbiano investito milioni di euro per influenzare l’opinione di una istituzione da molti giudicata irrilevante. In realtà, il ruolo del Parlamento si è rafforzato con il Trattato di Lisbona e nella prassi dell’Unione, anche se è ancora esclusa la sua partecipazione su un piede di parità con il Consiglio per le decisioni in materia di fiscalità e di politica estera e di sicurezza.

Di recente all’interno dell’Unione molte cose sono cambiate. In particolare, a seguito della crisi generata dalla pandemia è stato approvato il NextGenerationEu, un piano di interventi pari a 750 miliardi di euro, destinato a investimenti finalizzati a un triplice obiettivo: transizione energetica, transizione digitale e inclusione sociale. Il piano viene finanziato con l’emissione di titoli sul mercato, facendo così cadere il tabù per cui l’Unione non poteva raccogliere risorse a debito. In parallelo, è stato temporaneamente elevato il tetto delle risorse proprie fino al 2% e la Commissione si è impegnata a presentare proposte per nuovi tipi di entrate.

In questo contesto sembra che ancora una volta si applichi il fattore strategico messo in evidenza da Jean Monnet, ossia che passi avanti significativi verso un’Unione di natura federale in Europa sono possibili soltanto quando gli Stati membri sono coinvolti in una situazione di stallo da cui “è possibile uscire solo in un modo: con un'azione concreta e incrollabile su un punto, limitato, ma cruciale, che porterà ad un cambiamento radicale su questo punto e modificherà progressivamente tutti i dati del problema”. È quanto avvenuto con la crisi pandemica per il finanziamento con debito e la creazione di nuove risorse proprie.

Inoltre, dopo l’invasione russa dell’Ucraina e le sanzioni imposte alla Russia che hanno provocato una contrazione delle importazioni in Europa di gas russo, l’Unione ha dovuto adottare misure per cercare nuove fonti per le forniture di gas in altre aree del mondo, ma soprattutto nuovi strumenti per rafforzare la sicurezza dei paesi dell’Unione e per impostare una politica estera europea capace di garantire un nuovo ruolo dell’Europa nel mondo. Di particolare rilievo, in questa prospettiva, sono i rapporti con l’Unione africana, soprattutto per sviluppare la produzione di energie rinnovabili in sostituzione delle fonti energetiche legate all’uso di combustibili fossili.

Ma la crisi del Qatargate ha messo in evidenza un altro aspetto importante dal punto di vista politico, in quanto i fenomeni corruttivi si manifestano anche nei partiti di sinistra, tradizionalmente più impegnati sul terreno della difesa dei valori politici e sociali che caratterizzano lo sviluppo dell’Unione. Ma questo fatto non deve sorprendere, se si tiene presente che già nel Manifesto di Ventotene del 1941 Altiero Spinelli sottolinea come “la linea di divisione fra partiti progressisti e partiti reazionari cade ormai non lungo la linea formale della maggiore o minore democrazia, del maggiore o minore socialismo da istituire, ma lungo la sostanziale nuovissima linea che separa quelli che concepiscono come fine essenziale della lotta quello antico, cioè la conquista del potere politico nazionale e quelli che vedranno come compito centrale la creazione di un solido stato internazionale”. Tradotto in termini più attuali, la linea di divisione fondamentale non è più fra destra e sinistra, bensì tra forze nazionaliste e sovraniste e forze che si battono per un completamento del processo di unificazione federale dell’Europa.

Da queste osservazioni discendono importanti conseguenze per quanto riguarda la strategia da portare avanti per raggiungere l’obiettivo federale: da un lato, sfruttare una strategia monnettiana per avanzare sul terreno di una fiscalità europea caratterizzata da finanziamento con debito degli investimenti e nuove risorse proprie; e, d’altro lato, una strategia spinelliana per creare uno schieramento di forze disposte a battersi per riconoscere un ruolo accresciuto del Parlamento nella creazione di nuove risorse e nella determinazione di un piano finanziario per l’Unione e per eliminare il voto all’unanimità in Consiglio nei settori della fiscalità, della politica estera e della sicurezza. Questo schieramento dovrà nascere e rafforzarsi prima delle prossime elezioni del Parlamento europeo nel 2024, con l’obiettivo di sconfiggere le forze sovraniste e di attribuire un ruolo costituente al nuovo Parlamento eletto.

*Professore Emerito di Scienza delle Finanze all’Università di Pavia, membro del Comitato Scientifico del Centro Studi sul Federalismo

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