Dal G20 alla COP26: il ruolo dell'Unione europea

Alberto Majocchi 
Commento n. 234 - 8 novembre 2021 

Le valutazioni dei risultati del G20 di Roma mettono in evidenza, da un lato, i dubbi di una parte degli osservatori generati dalla mancanza di una scadenza precisa per la realizzazione della neutralità carbonio e, dall’altro, le conclusioni di Mario Draghi, largamente condivise dal presidente americano Biden, che considerano il G20 di Roma un grande successo. In realtà, era difficile attendersi risultati più consistenti da questo incontro, in cui fra l’altro erano assenti i leader di due delle grandi potenze mondiali, Russia e Cina. E, di fatto, il risultato concreto più importante, ossia l’introduzione di una global minimum corporation tax, era già stato anticipato l’8 ottobre scorso in seno all'OCSE, con un accordo globale sottoscritto da 136 dei 140 Paesi membri, tra cui tutti quelli dell'Ue e del G20. Ma, mentre occorre non sottovalutare gli elementi di novità emersi a Roma, l’altro punto su cui concentrare l’attenzione della classe politica, ma anche dell’opinione pubblica, riguarda la strategia che l’Europa deve mettere in campo nella COP26 in corso a Glasgow, per preparare il terreno in modo tale che la COP27 (in Egitto) possa assumere le decisioni strategiche necessarie per raggiungere l’obiettivo di una consistente riduzione delle emissioni nel 2030 e della neutralità carbonio nel 2050.

Nella Dichiarazione finale approvata dal G20 di Roma un paragrafo importante riguarda l’aiuto che i membri del G20 si impegnano ad apportare verso i paesi più deboli: “Accogliamo con favore la nuova allocazione generale di Diritti Speciali di Prelievo (DSP), decisa dal Fondo Monetario Internazionale (FMI) il 23 agosto 2021, che ha reso disponibile l’equivalente di 650 miliardi di dollari in riserve globali aggiuntive. Stiamo lavorando su opzioni praticabili da parte dei membri con forti posizioni esterne al fine di amplificare significativamente il suo impatto attraverso la canalizzazione volontaria di parte dei DSP allocati quali aiuti per i paesi vulnerabili, sulla base delle leggi e dei regolamenti nazionali”. Su questo punto l’Unione europea potrebbe aprire la strada destinando la sua quota di DSP a favore dei paesi dell’Unione africana, al fine di favorire il finanziamento di un accresciuto volume di scambi nel quadro del mercato interno recentemente avviato a livello continentale e di una politica che favorisca una transizione ecologica efficace e socialmente equa.

Il secondo punto di rilievo riguarda la riaffermazione dell’obiettivo “di mantenere l’incremento della temperatura media globale ben al di sotto dei 2°C e di mettere in atto gli sforzi necessari per limitarlo a 1.5°C al di sopra dei livelli pre-industriali”, come richiesto con forza dalla comunità scientifica, anche se la data per raggiungere questo obiettivo viene indicata in termini ancora piuttosto vaghi (“entro o intorno alla metà del secolo”). Ma il punto decisivo riguarda gli strumenti che devono essere messi in campo per raggiungere questo obiettivo. L’impegno concreto assunto dal G20 riguarda il fatto che i paesi che ne fanno parte “[porranno] fine alla messa a disposizione di finanziamenti pubblici internazionali per la nuova produzione di energia da centrali a carbone all’estero entro la fine del 2021”. E per quanto riguarda gli strumenti da utilizzare per raggiungere l’obiettivo fissato negli accordi di Parigi, c’è un riferimento innovativo – e di estrema importanza – alla fissazione di un prezzo per il carbonio: “questo policy mix deve includere un’ampia gamma di meccanismi regolatori, di mercato e fiscali per sostenere le transizioni all’energia pulita, incluso, se appropriato, l’uso di meccanismi di carbon pricing e di incentivi, offrendo nel contempo sostegno mirato ai più poveri e ai più vulnerabili”. E non sembra casuale che il giorno successivo alla chiusura del G20, nella cerimonia di apertura della COP26, Angela Merkel abbia riproposto l’introduzione di un carbon pricing a livello mondiale.

Se questo avviene, anche la finanza può giocare più facilmente un ruolo importante, avendo la certezza di un quadro di riferimento definito per le decisioni di investimento. Centomila miliardi di dollari (100 “trilioni” di dollari) sono generalmente considerati l’ammontare minimo di finanziamenti necessari per la transizione energetica nei prossimi trent’anni. Una cifra impressionante, ma che può essere considerata raggiungibile se si aggiungono alle risorse pubbliche gli interventi che saranno realizzati dalle istituzioni finanziarie internazionali, e anche dal settore privato.

Questo punto è sottolineato da Jean Pisani-Ferry in un recente articolo su Le Monde che, da un lato, mette in evidenza l’enorme ammontare di investimenti necessari (“L’Agenzia internazionale dell’energia stima che l’investimento energetico annuo debba passare dai 2000 miliardi di dollari (1720 miliardi di euro) degli ultimi anni ai 5000 miliardi nel 2030, prima di ridiscendere gradualmente”) e, al contempo, la necessità di garantire un quadro di certezze per fare in modo che agli investimenti pubblici si accompagni un flusso crescente di investimenti privati per lo sviluppo di energie rinnovabili. Questo è il compito principale della COP26; e, in questa prospettiva, un ruolo centrale spetta all’Unione europea che, con NextGenerationEU e con Fit for 55, ha lanciato un programma estremamente impegnativo per promuovere la transizione ecologica, indicando altresì gli strumenti da attivare per raggiungere una riduzione del 55% delle emissioni di CO2 nel 2030 e la neutralità carbonio nel 2050.

Ma per giocare un ruolo decisivo nella COP26 l’Unione deve saper costruire un sistema di forti alleanze con i paesi più vulnerabili, e in particolare con l’Africa. Un recente volume curato dal CSF porta un titolo emblematico: Europe and Africa: a Shared Future. In sostanza, la transizione ecologica, e in particolare il passaggio dai combustibili fossili alle energie rinnovabili, è possibile soltanto se l’Unione sarà capace di realizzare i trasferimenti tecnologici e finanziari per garantire nei paesi africani lo sviluppo di nuove fonti di energia verde. D’altro lato, questa produzione di energia favorirà la promozione di un processo endogeno di sviluppo nel continente africano – nel quadro del processo già avviato di creazione di un mercato comune che dovrà essere rafforzato dalla progressiva creazione di un’Unione dei pagamenti simile a quella realizzata in Europa a seguito dal Piano Marshall –, che in Africa sarà favorito dal trasferimento ai paesi africani della quota europea di SDR che verranno distribuiti da parte del FMI. L’importanza di questa decisione è stata sottolineata il 1° ottobre scorso ad Addis Abeba dai Ministri delle Finanze africani, che hanno incontrato il Direttore del FMI Kristalina Georgieva e, in quella occasione, hanno chiesto anche l’introduzione di un carbon price globale. Si tratta di una strategia complessa e che richiederà un grande impegno di capitale politico da parte dell’Unione. Ma su questo terreno l’Europa potrà dimostrare finalmente la sua capacità di essere protagonista a livello mondiale. 

* Professore Emerito di Scienza delle Finanze all’Università di Pavia e Vicepresidente del Centro Studi sul Federalismo, autore del volume Carbon pricing - La nuova fiscalità europea e i cambiamenti climatici, il Mulino, 2020 L’articolo è stato pubblicato il 6 novembre scorso nel sito del quotidiano La Stampa (le traduzioni nel testo sono dell’autore)

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